LA GIORNATA DI UNO SCRUTATORE

Molti lettori conoscono solamente una parte della produzione di Calvino che va dagli anni Quaranta fino agli anni Sessanta. Generalmente, si citano Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente, i tre racconti lunghi che formano la trilogia de Gli antenati e che costituiscono il ciclo fantastico dell’autore ligure. Questa, tuttavia, è solo una parte della produzione calviniana di quegli anni; accanto ad essa, abbiamo opere di impianto realista, in cui lo scrittore indaga le contraddizioni del proprio tempo, rispondendo all’imperativo categorico dell’impegno cui gli intellettuali cercarono di aderire all’indomani della Liberazione, secondo la lezione di Vittorini. Anche Calvino fa suo questo principio: tuttavia, le delusioni storiche e politiche finirono per allontanarlo da questa strada. L’uscita sofferta dal Partito Comunista (1957) e il trasferimento a Parigi (1964) segnano la chiusura di questa stagione, che aveva visto la realizzazione di racconti molto apprezzati dalla critica (La nuvola di smog, La speculazione edilizia, La formica argentina). L’ultima opera che appartiene a questo filone realista, e che ne costituisce l’esempio più alto, è però La giornata di uno scrutatore, edito da Einaudi nel ’63, dopo un’incubazione lunga ben 10 anni.

La trama, per certi versi, è molto semplice: chiamato a vigilare sugli scrutini al seggio del Cottolengo di Torino durante le elezioni del ’51, per l’approvazione di quella che è passata alla storia come “Legge truffa” (che assegnava al partito che otteneva almeno il 51% dei voti i due terzi del Parlamento), il comunista Amerigo Ormea è spettatore dei soprusi della democrazia cristiana (che costringe a votare idioti e minorati, indottrinati preventivamente) e degli “orrori” generati dalla natura. Il libro, quindi, finisce per essere un resoconto introspettivo dei pensieri del protagonista, che si interroga continuamente su varie tematiche. Per questo motivo, la Giornata viene considerata dai critici come un’opera composita, a metà strada tra il romanzo e il saggio critico. Ma è anche il tentativo di Calvino di dare voce agli interrogativi esistenziali a cui fa fatica a trovare una risposta: con un atteggiamento tipico dello scrittore ligure, ogni problematica presenta una duplice risposta, in certi casi addirittura antitetica, per cercare di abbracciare l’intera problematicità e caoticità del reale. Il protagonista è mosso così da sentimenti contrastanti, ambivalenti, che variano anche nell’arco di poche righe. In questo modo, Amerigo (alter ego dello scrittore di Sanremo) finisce per non dare risposte concrete alle sue domande, ma apre solo nuovi interrogativi:

Amerigo, lui, aveva imparato che in politica i cambiamenti avvengono per vie lunghe e complicate, e non c’è da aspettarseli da un giorno all’altro, come per un giro di fortuna; anche per lui, come per tanti, farsi un’esperienza aveva voluto dire diventare un poco pessimista. D’altro canto, c’era sempre una morale che bisogna continuare a fare quanto si può, giorno per giorno; nella politica come in tutto il resto della vita, per chi non è un balordo, contano quei due tipi di principi lì: non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire. Amerigo non era uno che gli piacesse mettersi avanti: nella professione, all’affermarsi preferiva il conservarsi una persona giusta; non era quel che si dice un «politico» né nella vita pubblica né nelle relazioni di lavoro; e –va aggiunto- né nel senso buono né nel senso cattivo della parola. (Perché c’era anche un senso cattivo; o anche un senso buono, secondo come uno la mette; Amerigo comunque lo sapeva.) Era iscritto al partito, questo sì, e per quanto non potesse dirsi un «attivista» perché il suo carattere lo portava verso una vita più raccolta, non si tirava indietro quando c’era da fare qualcosa che sentiva utile e adatto a lui. In Federazione lo consideravano elemento preparato e di buon senso: ora l’avevano fatto scrutatore: un compito modesto, ma necessario e anche d’impegno, soprattutto in quel seggio, all’interno di un grande istituto religioso. Amerigo aveva accettato di buon grado.

La prima parte del racconto è dominata dalla riflessione politica. Calvino si interroga sulla situazione italiana degli anni Cinquanta: il quadro è desolante. Lo scrittore avverte la fine di quella spinta liberale e democratica che aveva contraddistinto il biennio post bellico; erano gli anni che hanno portato alla nascita della Repubblica e alla realizzazione della Costituzione, in cui le forze uscite vincitrici dalla guerra e dalla Resistenza alla dittatura nazifascista (democratici, socialisti, comunisti) avevano collaborato insieme per un obiettivo comune. Questo fronte, ben presto, si è però spezzato, e il potere è tornato alla stessa classe dirigente che c’era negli anni Venti e durante il fascismo. La critica di Calvino è spietata: la democrazia cristiana, per ottenere una manciata di voti, è accusata di approfittare degli indifesi, di chi non è in grado di intendere e di volere, ossia i minorati che sono rinchiusi nel Cottolengo. Ma la riflessione calviniana è rivolta anche a quello che era il suo partito, ossia al PCI. Cosa voleva dire essere comunista negli anni Cinquanta? Calvino testimonia il dissidio di questi intellettuali, che abbracciavano l’ideologia comunista per moltissime ragioni (l’utopia egualitaria, l’aspirazione ad una società libera in cui l’intellighenzia avrebbe preso il potere, la netta opposizione ai partiti democristiani e neofascisti), ma che, di fronte all’evidente fallimento dell’ideale marxista in Urss, si sentivano scissi. Lo stalinismo e i Fatti d’Ungheria del ’56 avevano mostrato il vero volto del socialismo sovietico. Questo dissidio si ripercuote nella coscienza politica dei comunisti italiani: di natura liberali e democratici, come possono sostenere e difendere un governo autoritario come quello di Stalin? Da qui, la crisi di moltissimi intellettuali, come lo stesso Calvino:

In questi anni in Italia il partito comunista s’era assunto, tra i molti altri compiti, anche quello di un ideale, mai esistito, partito liberale. E così il petto d’un singolo comunista poteva albergare due persone insieme: un rivoluzionario intransigente e un liberale olimpico. Più il comunismo mondiale s’era fatto, in quei tempi duri, schematico e senza sfumature nelle sue espressioni ufficiali e collettive, più accadeva che, nel petto di un singolo militante, quel che il comunista perdeva di ricchezza interiore uniformandosi al compatto blocco di ghisa, il liberale acquistasse in sfaccettature e iridescenze. Forse era segno che la vera natura di Amerigo –e di molti come lui- sarebbe stata, se lasciata a se stessa, quella del liberale, e che solo per un processo –appunto- d’identificazione col diverso egli poteva esser definito un comunista?

Una netta cesura si ha con il capitolo XI. Amerigo torna a casa per pranzo, e riceve la telefonata di Lisa, la sua amante. Dopo vari litigi (lui non sopporta il suo essere frivola e complicata, eppure ne è attratto proprio per questi suoi tratti caratteriali), la ragazza gli dice che è incinta. La reazione dell’uomo, all’inizio, non è delle migliori: si infuria, in quanto non si sente pronto per la paternità. Eppure, da questo episodio, inizia una lunga riflessione sul senso e sul valore della vita umana. La prima questione che Calvino affronta è proprio quella dell’aborto. Siamo negli anni Cinquanta-Sessanta: la legge che lo regolamenta è del ’78, mentre le polemiche per il referendum abrogativo sono addirittura dell’’81. Si capisce, quindi, l’assoluta modernità delle pagine calviniane. L’autore è favorevole all’aborto, non è un mistero. Ma la questione, per lui, non è affatto semplice: dove inizia davvero la vita del bambino? Quando un essere inizia ad essere tale? La risposta che sembra dare Calvino è che dipende dalla volontà dei genitori (in particolare della donna: Calvino riteneva che spesso si sottovalutava il dolore e la riluttanza che una madre prova quando è costretta ad arrivare ad abortire). La vita è sempre frutto di una decisione, non è dato dal caso:

Più di tutto si sentiva umiliato. Per lui, la procreazione, per prima cosa, era una sconfitta delle sue idee. Amerigo era un fautore accanito del birth-control, nonostante che il suo partito su quel punto si dimostrasse tra agnostico e contrario. Nulla lo scandalizzava quanto la faciloneria con cui i popoli si moltiplicano, e più affamati e arretrati sono meno la smettono di far figli, non tanto perché li vogliono ma perché abituati a lasciar fare alla natura, alla disattenzione, all’abbandono. Ma per continuare a dimostrare quel distaccato rammarico e stupore da socialdemocratico scandinavo verso il mondo sottosviluppato, bisognava che restasse lui stesso esente da quella colpa… (…) e in fondo, cosa poteva essere cambiato in lei? Poca cosa: qualcosa che ancora non era e che quindi si poteva ricacciare nel nulla (da che punto in poi un essere è davvero un essere?), una potenziale biologica, cieca (da che punto un essere umano è umano?), un qualcosa che solo una deliberata volontà di farlo essere umano poteva far entrare tra le presenze umane.

La seconda parte del libro prosegue con questi interrogativi. Amerigo, scrutando i malati, i dementi, i nani che abitano il Cottolengo, inizia a riflettere sulla natura umana. Che cosa differenzia l’uomo sano dal mostro? La risposta che inizialmente il protagonista si dà è piuttosto fatalista: si tratta di un caso fortuito. Anche lui, con un po’ di sfortuna, sarebbe potuto essere un degente dell’istituto torinese. O, forse, la sanità è solo un preconcetto: in un mondo post-apocalittico, in cui le radiazioni atomiche porteranno mutazioni genetiche, i “normali” sarebbero proprio loro, i menomati, i fenomeni, i “mostri”; forse, sarebbero i sani ad essere rinchiusi nei sanatori e nei Cottolenghi di tutto il mondo. Eppure, nelle ultime pagine, la risposta che Amerigo elabora è diversa. Guardando un vecchio padre, che passa le domeniche a guardare negli occhi il figlio deficiente, in silenzio, nella speranza di farsi riconoscere, il protagonista comprende che è l’amore a definire l’essere umano. Per Amerigo, è solo la capacità di amare a rendere l’uomo tale:

La suora aveva scelto la corsia come atto di libertà, aveva identificato –respingendo il resto del mondo- tutta se stessa in quella missione o milizia, eppure –anzi: proprio per questo- restava distinta dall’oggetto della sua missione, padrona di sé, felicemente libera. Invece il vecchio contadino non aveva scelto nulla, il legame che lo teneva stretto alla corsia non l’aveva scelto lui, la sua vita era altrove, sulle sue terre, ma faceva alla domenica il viaggio per veder masticare suo figlio. Ora che il giovane idiota aveva terminato la sua lenta merenda, padre e figlio, seduti sempre ai lati del letto, tenevano tutti e due appoggiate sulle ginocchia le mani pesanti d’ossa e di vene, e le teste chinate per storto –sotto il cappello calato il padre, e il figlio a testa rapata come un coscritto- in modo di continuare a guardarsi con l’angolo dell’occhio. Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: ecco, questo modo d’essere è l’amore. E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo.

È questa la morale che Calvino vuole trasmettere. L’immagine finale, con cui si chiude il romanzo, è quella della Città utopica: verso sera, il cortile del Cottolengo si anima, e i pazienti spazzano, puliscono e si divertono insieme, nane e giganti, ritardati e suore. Questa è l’esempio di società armoniosa che Amerigo insegue nelle sue riflessioni, quella che cerca nell’ideologia comunista. Ed è significativo che proprio là, in quella comunità così lontana da ogni ideale di perfezione, nel regno del fortuito, dell’anomalo, del mostruoso, si verifichi l’Utopia. Ma non è un caso che Calvino termini con l’immagine della Città: con la Giornata si chiude la prima fase della carriera letteraria dello scrittore ligure. Con gli anni Sessanta, inizierà un’altra stagione, quella dello strutturalismo, dell’Oulipo, del postmoderno. E qui tornerà l’immagine della Città, con un mercante veneziano che racconta, al Kublai Khan, le meraviglie del suo regno. Ma questa è un’altra storia…

La città dell’homo faber, pensò Amerigo, rischia sempre di scambiare le sue istituzioni per il fuoco segreto senza il quale le città non si fondano né le ruote delle macchine vengono messe in moto; e nel difendere le istituzioni, senza accorgersene, può lasciar spegnere il fuoco. S’avvicinò alla finestra. Un poco di tramonto rosseggiava tra gli edifici tristi. Il sole era già andato ma restava un bagliore dietro il profilo dei tetti e degli spigoli, e apriva nei cortili le prospettive di una città mai vista. Donne nane passavano in cortile spingendo una carriola di fascine. Il carico pesava. Venne un’altra, grande come una gigantessa, e lo spinse, quasi di corsa, e rise, e tutte e due risero. Un’altra, pure grande, venne spazzando, con una scopa di saggina. Una grassa grassa spingeva per le stanghe alte un recipiente-carretto, su ruote di bicicletta, forse per trasportare la minestra. Anche l’ultima città dell’imperfezione ha la sua ora perfetta, pensò lo scrutatore, l’ora, l’attimo, in cui in ogni città c’è la Città.

LA BELLA E LA BESTIA DISNEY

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Da buon figlio degli Anni Ottanta, ho passato gran parte della mia infanzia a guardare e riguardare le videocassette dei Classici Disney. Quanti pomeriggi abbiamo trascorso, io e mia sorella, ad entusiasmarci alle avventure di Aladin, di Robin Hood, di Simba… Confesso che rimpiango molto lo stile Disney di quegli anni, anche se ammetto che i nuovi film della Pixar sono davvero molto belli: eppure, non possono reggere assolutamente il confronto, sia perché preferisco nettamente i disegni a mano al tratto computerizzato, sia per le stupende canzoni che accompagnavano i lungometraggi animati degli Anni Novanta. Molti sono stati film che ancora oggi ricordo quasi a memoria: Aladin (il personaggio del Genio è fantastico), Dumbo, Il Re Leone (il primo film di cui ho ricordo di aver visto al cinema), Il gobbo di Notre Dame

Eppure il mio preferito resta La Bella e la Bestia. Tantissimi sono i motivi: i due stupendi protagonisti, il personaggio divertentissimo di Lumiere, la colonna sonora, i testi delle canzoni, il fatto che sia stato il primo film che ho visto da solo con una ragazza… Ma, più di ogni altra cosa, credo che lo preferisca ad ogni altro film Disney per la bellissima storia d’amore. Belle è la figlia di uno stravagante e geniale inventore; non ha amici, perché le sue passioni sono la lettura e le avventure. Nessuno al villaggio la comprende veramente: in mezzo a lavoratori dediti solo alle loro occupazioni (il panettiere, che rimprovera la moglie non ascoltando la trama del libro che la ragazza stava leggendo), a bellimbusti arroganti, presuntuosi e superficiali (Gaston) e a comprimari subdoli e viscidi (Le Tont, il galoppino senza cervello di Gaston), Belle è un’incredibile eccezione, per la sua bellezza, la sua intelligenza e la sua sensibilità:

https://www.youtube.com/watch?v=aK1qrhgMjZk

Belle si sente sola e incompresa. Proprio questi tratti sono quelli che la accomunano alla Bestia: l’isolamento forzato, lo sconforto per la propria condizione animalesca, il timore di non poter essere amato a causa del proprio aspetto mostruoso hanno finito per condizionare il comportamento del principe. Il rancore, la rabbia e la vergogna hanno finito per avvelenarne il carattere, come dimostrano le sfuriate, i ruggiti e gli accessi d’ira cui si abbandona nella prima parte del film. La Bestia, proprio per questi motivi, finisce per diventare realmente tale: cade così in un circolo vizioso, da cui non riesce ad uscire. L’odio per se stesso viene riversato sugli altri, che finiscono per essere allontanati; da ciò si generano nuovamente solitudine e sofferenza, che alimentano la rabbia. Anche Belle all’inizio viene tenuta a distanza: come può una donna così bella innamorarsi di un mostro, che non si riesce a controllare? Ma ecco il punto di svolta: terrorizzata da una sfuriata del principe maledetto, Belle fugge dal castello e viene aggredita da un branco di lupi. Quando la sua sorte sembra segnata, ecco che la Bestia arriva a salvarla. È qui che scocca la prima scintilla: mentre la ragazza si prende cura del suo salvatore, fasciandogli le ferite e rimproverandolo per il suo caratteraccio, ecco che pronuncia un timido e imbarazzato: -Grazie per avermi salvata… La Bestia inizia così a sciogliersi, mostrando la sua vera indole, gentile e dolce:

https://www.youtube.com/watch?v=gcTpaK-Q88Y

Senza quasi rendersene conto, i due finiscono per innamorarsi. Proprio il racconto di questo lento innamoramento è la parte più bella del film: all’inizio, si tratta solo di gesti semplici, come il giocare in giardino nella neve, o il fare colazione insieme; successivamente, il leggere davanti al fuoco, nelle lunghe sere dell’inverno francese. Proprio i libri saranno l’elemento che li unirà: come detto, Belle è isolata nel suo villaggio per la passione della lettura, considerata dagli altri compaesani, pericolosa ed eccentrica. Per sorprenderla, su consiglio di quel Don Giovanni di Lumiere, la Bestia la conduce nella sua biblioteca privata, piena di volumi di ogni genere: è tutto quello che la ragazza ha sempre desiderato. Ma c’è un problema: il principe non sa leggere. Belle non si scompone: lo aiuta, insegnandogli a farlo sulle pagine del Romeo e Giulietta di Shakespeare, forse la storia d’amore più bella di ogni tempo:

https://www.youtube.com/watch?v=PnEuENBXlLo

Certo, è un processo lento: lui ha paura di illudersi, che sia impossibile che lei accetti una bestia; lei sa che lui non è l’uomo che ha sempre sognato, eppure ha qualcosa che lo rende speciale, qualcosa che non ha mai visto in nessun altro. Il momento culminante arriva con il grande ballo, alla vigilia della scadenza del maleficio: il castello, da luogo buio e spettrale, viene messo a lucido dalla servitù (trasformata dalla maga in oggetti comuni, come candelabri e orologi a pendolo) speranzosa sia per la rottura dell’incantesimo, sia per la felicità del padrone. Qui, una Bestia elegantissima, con giacca blu alla moda della corte di Francia del Settecento, accoglie una stupenda Belle, in abito da sera giallo, sorridente ed emozionata. Ma cos’è una cena senza un po’ di musica? Belle prende la mano del principe, e i due iniziano a volteggiare leggeri nella grande sala scintillante: proprio quando non pareva più possibile, i due si ritrovano finalmente felici insieme:

https://www.youtube.com/watch?v=5DllukV8H3Y

Sembra ormai fatta, ma il destino si mette in mezzo: Belle, attraverso lo specchio magico, vede il padre malato; la Bestia, a malincuore, la invita a correre da lui, per curarlo. La servitù è sbigottita: perché, proprio ora che era così vicino? La risposta è semplice: perché la ama, e vuole la sua felicità. Il mutamento del carattere del principe è ormai avvenuto: ha finalmente imparato ad amare. Anche Belle ne è innamorata, anche se lo capirà solo alla fine, quando, ferito da Gaston, il principe è in fin di vita: mentre perde i sensi, la ragazza piange, sospirando il suo amore. Ma non è troppo tardi: proprio mentre l’ultimo petalo della rosa magica cade, ecco che l’incantesimo si infrange: la Bestia torna umana. Belle è confusa: è proprio lui la persona di cui si è innamorata? Ogni dubbio cade quando guarda gli occhi azzurri del principe. Non ci sono dubbi: è davvero lui…

https://www.youtube.com/watch?v=EJ185jGWTic

Da qui, il lieto fine: i due si sposano, i servi tornano umani (anche se i litigi tra Lumiere e Tockins non si placano), il castello torna quel luogo luminoso e fantastico che era prima del maleficio… Insomma, tutto in pieno stile Disney: Quando sembra che non succeda più, ti riposta via, come la marea, la felicità…

 

 

SE QUESTO È UN UOMO

Nell’ultimo post, ho parlato della letteratura come importante fonte documentaria: ci sono opere che sono vere e proprie testimonianze di una determinata epoca. Esse permettono a molte generazioni di lettori di conoscere aspetti culturali, sociali, economici di un certo periodo storico: insomma, permettono all’essere umano di ricordare il passato. Alcune sono depositarie di memorie terribile, che è bene che non vengano dimenticate mai: parlo, ad esempio, della letteratura legata allo sterminio degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Sicuramente, il testo più rappresentativo di questo filone, all’interno della nostra letteratura, è Se questo è un uomo di Primo Levi.

Quello che colpisce di questo libro è la sua straordinaria forza narrativa: la vita all’interno del lager nazista di Auschwitz è raccontata da Levi in maniera lucida e incredibilmente precisa. La voce narrante non lascia spazio all’emotività; qualsiasi sentimento sembra essere escluso: il dolore, la paura, il comprensibile odio verso gli aguzzini. Niente di tutto questo è presente nel testo: Levi sceglie di fornire una testimonianza il più scientifica possibile, una vera e propria cronaca cruda degli eventi. Per questo motivo, non aggiunge alcun riferimento a quanto scoprirà una volta tornato a casa, come il numero dei prigionieri passati alle camere a gas, o il funzionamento di queste ultime. Levi si limita a riferire ciò che lui vede, sente, prova all’interno del campo di concentramento, come se stesse compilando una relazione scientifica. Questo non si può spiegare unicamente attraverso l’analisi della forma mentis analitica dello scrittore (di professione chimico); la sua è una scelta consapevole. Il suo obiettivo è quello di fornire un ricordo il più attendibile e veritiero possibile, senza il filtro delle emozioni e dei sentimenti. Non è un caso che le parti più emotive, più patetiche, vengano omesse volutamente dall’autore, come se lo distraessero dal suo vero scopo:

Dalla feritoia, nomi noti e ignoti di città austriache, Salisburgo, Vienna; poi cèche, infine polacche. Alla sera del quarto giorno, il freddo si fece intenso: il treno percorreva interminabili pinete nere, salendo in modo percettibile. La neve era alta. Doveva essere una linea secondaria, le stazioni erano piccole e quasi deserte. Nessuno tentava più, durante le soste, di comunicare col mondo esterno: ci sentivamo ormai «dall’altra parte». Vi fu una lunga sosta in aperta campagna, poi la marcia riprese con estrema lentezza, e il convoglio si arrestò definitivamente, a notte alta, in mezzo a una pianura buia e silenziosa. Si vedevano, da entrambi i lati, file di lumi bianchi e rossi, a perdita d’occhio; ma nulla di quel rumorio confuso che denunzia di lontano i luoghi abitati. Alla luce misera dell’ultima candela, spento il ritmo delle rotaie, spento ogni suono umano, attendemmo che qualcosa avvenisse. Accanto a me, serrata come me fra corpo e corpo, era stata per tutto il viaggio una donna. Ci conoscevamo da molti anni, e la sventura ci aveva colti insieme, ma poco sapevamo l’uno dell’altra. Ci dicemmo allora, nell’ora della decisione, cose che non si dicono tra i vivi. Ci salutammo, e fu breve; ciascuno salutò nell’altro la vita. Non avevamo più paura.

Al centro della narrazione troviamo, come detto, l’esperienza all’interno del campo di concentramento polacco. Levi cerca di analizzare la macchina infernale messa in piedi dai nazisti, con l’aiuto dell’intellighenzia tedesca, che aveva un unico obiettivo: l’eliminazione fisica, psicologica e morale dei prigionieri. Queste persone venivano spogliate dei loro averi, dei loro affetti; private della loro identità, definite Häftlinge, riconosciute solamente dal numero tatuato sulla loro pelle; veniva loro strappata ogni scintilla di vitalità, di coscienza. Questi uomini sono ridotti ormai a larve, a esseri bestiali, intenti unicamente ad appagare i propri istinti primari: la fame, il freddo. Per questo motivo, poche furono i tentativi di fuga, le ribellioni o le rivolte all’interno del campo: i tedeschi avevano privato loro di ogni linfa vitale. I prigionieri, dopo pochi giorni, non erano più “uomini”, dice Levi; erano scheletri rasati, sporchi, fetidi, che procedevano a capo chino e con le braccia penzolanti. Questo era il preambolo alla soluzione finale che Hitler aveva ordinato per gli ebrei:

Quando abbiamo finito, ciascuno è rimasto nel suo angolo, e non abbiamo osato levare gli occhi l’uno sull’altro. Non c’è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera. Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.

La sopravvivenza all’interno del campo era determinata dalla fortuna. A volte, bastava uno scambio di cartelle per decidere il destino di un prigioniero. Basti pensare al finale: Alberto, il miglior amico di Primo, parte con le truppe naziste, quando ormai i russi sono a pochi chilometri dal filo spinato che delimitava l’area; il protagonista, invece, malato, viene abbandonato al campo. Primo riuscirà a sopravvivere; Alberto, invece, scomparirà nelle tenebre di quella fuga precipitosa. Ma il protagonista cerca di trovare una spiegazione ulteriore: divide così i prigionieri in sommersi e salvati. I primi sono quelli che si adattano, che rispettano le regole, finendo, inevitabilmente, per soccombere, per venire, lentamente ma inesorabilmente, annientati; i secondi, invece, sono quelli che riescono a sopravvivere alle selezioni e ai controlli dei tedeschi. E non si tratta degli uomini migliori: solo i peggiori, i cinici, i violenti, i lusinghieri si mantengono in vita. Non vi è spazio per la morale: all’interno del campo, si lotta con ogni mezzo per un pezzo di pane, per un cucchiaio, o per un paio di scarpe. Si approfitta delle disgrazie degli altri, non c’è traccia di compassione o di carità per gli altri. Non è un caso che Primo comprenda l’imminente dissoluzione del campo e la fine dell’incubo quando i prigionieri malati della sua camera decidono di assegnare una porzione supplementare di pane come ricompensa per l’italiano e per i due francesi, che hanno procurato, in mezzo al caos della fuga nazista, una stufa per riscaldare la stanza:

Quando fu riparata la finestra sfondata, e la stufa cominciò a diffondere calore, parve che in ognuno qualcosa si distendesse, e allora avvenne che Towarowski (un franco-polacco di ventitre anni, tifoso) propose agli altri malati di offrire ciascuno una fetta di pane a noi tre che lavoravamo, e la cosa fu accettata. Soltanto un giorno prima un simile avvenimento non sarebbe stato concepibile. La legge del Lager diceva: «mangia il tuo pane, e, se puoi, quello del tuo vicino», e non lasciava posto per la gratitudine. Voleva ben dire che il lager era morto. Fu quello il primo gesto umano che avvenne fra noi. Credo che si potrebbe fissare a quel momento l’inizio del processo per cui, noi che non siamo morti, da Häftlinge siamo lentamente ridiventati uomini.

Quello che Levi racconta è un vero e proprio viaggio infernale: mai l’uomo era caduto così in basso. Moltissimi sono i riferimenti sparsi in tutta l’opera alla Commedia dantesca. Ad esempio, la scritta che accoglie i prigionieri, ormai tristemente celebre (ARBEIT MACHT FREI, il lavoro rende liberi) sembra richiamare al Lasciate ogni speranza voi che entrate della Porta Infernale (Inferno, canto III). Ma i riferimenti più chiari ed espliciti si trovano all’undicesimo capitolo, intitolato Il canto di Ulisse: qui, Primo cerca di raccontare a Jean, uno studente alsaziano, il ventiseiesimo canto dantesco. Il motivo è semplice: il viaggio di Ulisse, il suo folle volo, è animato da quella sete di conoscenza che contraddistingue gli uomini dagli animali. Fatti non foste a viver come bruti// Ma per seguir virtute e canoscenza: questa è l’essenza dell’uomo, che i nazisti cercano di estirpare dall’animo di ogni prigioniero. L’ostinato tentativo del protagonista di ricordarsi dei versi di Dante, della poesia, della letteratura, è l’ultima forma di resistenza che l’essere umano oppone all’annientamento. Recitando le terzine, Levi comprende che non tutto è perduto: in lui continuerà ad esserci un brandello di umanità che cercherà di sopravvivere con tutte le forze, di non finire nell’oblio, sommerso dalla fatica e dal dolore:

…Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è più un’ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto. …Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l’Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice è la Teologia. Jean è attentissimo, ed io comincio, lento e accurato:

Lo maggior corno della fiamma antica

Cominciò a crollarsi mormorando

Pur come quella cui vento affatica.

Indi, la cima in qua e in là menando

Come fosse lingua che parlasse

Mise fuori la voce, e disse: Quando…

Qui mi fermo e cerco di tradurre. Disastroso: povero Dante e povero francese! Tuttavia, l’esperienza pare promettere bene: Jean ammira la bizzarra similitudine della lingua, e mi suggerisce il termine appropriato per rendere «antica». E dopo «Quando»? il nulla. Un buco nella memoria. «Prima che sì Enea lo nominasse». Altro buco. Viene a galla qualche frammento non utilizzabile: «…la pietà Del vecchio padre, né’l debito amore Che doveva Penelope far lieta…» sarà poi esatto?

… Ma misi me per l’alto mare aperto.

In fondo, è proprio su questo punto su cui si interroga Levi, fin dalla poesia iniziale: che cos’è un uomo? È proprio dell’essere umano quello che è successo ad Auschwitz, a Dachau, a Birkenau? La risposta che l’autore si dà è negativo. No: non sono uomini i tedeschi che, con brutale cinismo, senza quasi emozione, “eseguivano i compiti”: Levi li ha sempre considerati colpevoli, allo stesso modo di chi sapeva e taceva. Non sono uomini nemmeno i prigionieri: la loro umanità è andata perduta, strappata, cancellata. Per Levi, l’essere umano è solo quello che aiuta incondizionatamente, senza niente in cambio; quello che mantiene la propria dignità, la propria bontà, la propria sensibilità anche in un mondo cinico, in cui esse appaiono irrimediabilmente negate e calpestate:

Per quanto di senso può avere il voler precisare le cause per cui proprio la mia vita, fra migliaia di altre equivalenti, ha potuto reggere alla prova, io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e di non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura; qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene, per cui tuttavia metteva conto di conservarsi. I personaggi di queste pagine non sono uomini. La loro umanità è sepolta, o essi stessi l’hanno sepolta, sotto l’offesa subita o inflitta altrui. Le SS malvage e stolide, i Kapos, i politici, i criminali, i prominenti grandi e piccoli, fino agli Häftlinge indifferenziati e schiavi, tutti i gradini della insana gerarchia voluta dai tedeschi, sono paradossalmente accomunati in una unitaria desolazione interna. Ma Lorenzo era un uomo; la sua umanità era pura e incontaminata, egli era al di fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo.

Credo che farò leggere Se questo è un uomo ai miei ragazzi delle medie; io l’ho letto proprio alla loro età. So che è un testo impegnativo, forte. Però credo nell’assoluta necessità di sapere, di ricordare quello che è stato, l’orrore di cui l’uomo è capace. Perché, dopo aver dimenticato, il passo per ripetere certi errori è breve. E siamo tanto sicuri che, nella nostra civilissima Europa, tra la difficile questione dei migranti e l’avanzata delle destre xenofobe e razziste, certe cose non accadranno mai più?

LEZIONI ITALIANE: appunti di una lezione di letteratura alle medie

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
generose travolse alme d’eroi,
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l’alto consiglio s’adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de’ prodi Atride e il divo Achille.

(Omero, Iliade, traduzione di Vincenzo Monti)

Giulietta: E come sei giunto fino a qui’? Dai,dimmi come e perché. Le mura del cortile sono irte e difficili da scalare, e quest luogo, considerando chi sei tu, potrebbe significare la morte se qualcuno della mia famiglia ti scoprisse.

Romeo: Ho scavalcato le mura sulle ali dell’amore, poiché non esiste ostacolo fatto di pietra che possa arrestare il passo dell’amore,e tutto ciò che amore può fare ,trova subito il coraggio di tentarlo: per questi motivi i tuoi familiari non possono fermarmi.

Giulietta: Se ti vedranno ti uccideranno.

Romeo: Ahimè,che si nascondono più insidie nel tuo sguardo che non in venti delle loro spade. A me basta che mi guardi con dolcezza e sarò immune alla loro inimicizia.

Giulietta: Non vorrei per tutto il mondo che ti scoprissero qui.

Romeo: Ho il mantello della notte per nascondermi ai loro occhi. Se tu mi ami non mi importa che essi mi scoprano. Meglio perdere la vita per mezzo del loro odio ,che sopravvivere senza poter godere del tuo amore.

Giulietta: E chi ha saputo guidarti fino a qui’?

Romeo: E’ stato amore, che per primo ha mosso i miei passi, prestandomi il suo consiglio ,ed io gli ho prestato gli occhi. Non sono un buon pilota: ciò nonostante, anche se fossi tanto lontana quanto la riva abbandonata dove lavano marosi del più remoto dei mari, non esiterei a mettermi in viaggio, per un carico cosi’ prezioso.

(Shakespeare, Romeo e Giulietta)

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

(Leopardi, L’infinito)

Che cos’hanno in comune questi testi? Apparentemente, nulla. Il primo è un poema epico in greco, risalente al Vi secolo a.C.; il secondo, una tragedia teatrale del Cinquecento inglese; il terzo, un idillio dell’Ottocento composto a Recanati. Eppure, c’è qualcosa che li unisce: sono tutti testi letterari.

Che cos’è la letteratura?

Potremmo definirla come l‘insieme delle opere (in prosa e in versi) e degli autori che un popolo riconosce come caratteristici e rappresentativi della propria lingua, della propria identità nazionale e della propria cultura. Riprendendo un celebre saggio di Spinazzola (L’egemonia del romanzo, Il Saggiatore, 2007), possiamo suddividere la letteratura in tre famiglie letteraria:

1- Letteratura sperimentale: rientrano tutte le opere avanguardiste, sperimentali, che tentano di rinnovare il sistema letterario dal punto di vista metrico, linguistico, tematico. Queste opere si rivolgono ad un pubblico di iper-lettori molto colti (critici, professori universitari, altri scrittori) a causa della loro difficoltà interpretativa e alla loro innovazione. Prendiamo ad esempio questa poesia di Sanguineti, uno degli autori del Gruppo ’63, l’ultimo vero gruppo d’avanguardia della nostra letteratura:

Se d’amore si muore, siamo morti noi

se d’amore si muore, siamo morti noi:
siamo un romanzo d’appendice in atto: (anzi,
siamo un romanzo nazional-popolare, ma calibraticamente camuffato da romanzetto rosa): (anzi,
siamo un romanzo osè): (un rosè): (anzi, una coppia di vegeti, di vegetanti vecchietti,
torchiati nel torpido torchio delle nozze d’argento): (a un passo, a un pelo, appena,
da un romanzo nero): (siamo un romanzo rosso, quasi): e noi facciamo, parliamoci chiaro,
pena piena, e pietà

comunico le coordinate necessarie; torno da Como, è il 26
settembre, sono le 21,37, ho chiesto il conto al ristorante, prenderò il rapido
delle 21,50, e ti ho capito: è tutto:

perché, per te, per me, non è possibile
sopportarla più oltre, questa ambivalenza insolubile, nel vino della vita che viviamo:

questa vita, anzi: (la vita): (annacquata, innacquata): e se ti dico e se ti scrivo che
non sono altro che un contemporaneo, a capirmi, a capirci, se va bene, abbiamo, in tutto
e per tutto, il 25% dei nostri eredi naturali, allo stato attuale delle cose:
così, con tanti auguri, ti aggiungo, poi, che noi

se d’amore si vive, siamo vivi

2- Letteratura istituzionale: rientrano in questo gruppo quelle opere che il Ministero inserisce nei programmi scolastici e che vengono studiate a scuola nei manuali di letteratura. Si tratta di autori celebri, che hanno avuto una grande fortuna critica ed editoriale (Dante, Petrarca, Boccaccio Machiavelli, Ariosto, fino ai più moderni Gadda, Calvino, Morante, Pasolini…). queste opere si rivolgono ad un pubblico di lettori abituali, amante dei classici, generalmente colto (studenti, professori, letterati). Prendiamo, per esempio, il canto XXVI della Commedia, ossia il canto di Ulisse:

“O frati”, dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.

Li miei compagni fec’ io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

3- Letteratura di massa: rientrano quelle opere appartenenti ai grandi generi romanzeschi (il giallo, il rosa, il fantasy, ecc.). Il loro obiettivo è quello di intrattenere e divertire il lettore, facendolo evadere dalla realtà. Si rivolgono ad un pubblico molto ampio, dagli iper-lettori (che vogliono distrarsi da letture più consistenti) alle persone poco istruite (per le quali, magari, queste opere costituiscono le uniche che vengono lette, per divertirsi). generalmente, si tratta di opere che possiedono caratteristiche strutturali e stilistiche costanti, a seconda del genere di apparteneza. Prendiamo, ad esempio, Harry Potter:

Un uomo apparve all’angolo della strada che il gatto aveva tenuto d’occhio; ma apparve così all’improvviso e silenziosamente che si sarebbe detto fosse spuntato da sotto terra. La coda del gatto ebbe un guizzo e gli occhi divennero due fessure.
In Privet Drive non s’era mai visto niente di simile. Era alto, magro e molto vecchio, a giudicare dall’argento dei capelli e della barba, talmente lunghi che li teneva infilati nella cintura. Indossava abiti lunghi, un mantello color porpora che strusciava per terra e stivali dai tacchi alti con le fibbie. Dietro gli occhiali a mezzaluna aveva due occhi di un azzurro chiaro, luminosi e scintillanti, e il naso era molto lungo e ricurvo, come se fosse stato rotto almeno due volte. L’uomo si chiamava Albus Silente.
Albus Silente non sembrava rendersi conto di essere appena arrivato in una strada dove tutto, dal suo nome ai suoi stivali, risultava sgradito. Si dava un gran da fare a rovistare sotto il mantello, in cerca di qualcosa. Sembrò invece rendersi conto di essere osservato, perché all’improvviso guardò il gatto, che lo stava ancora fissando dall’estremità opposta della strada. Per qualche ignota ragione, la vista del gatto sembrò divertirlo. Ridacchiò tra sé borbottando: «Avrei dovuto immaginarlo».
Aveva trovato quel che stava cercando nella tasca interna del mantello. Sembrava un accendino d’argento. Lo aprì con uno scatto, lo tenne sollevato e lo accese. Il lampione più vicino si fulminò con un piccolo schiocco. L’uomo lo fece scattare di nuovo, e questa volta si fulminò il lampione appresso. Dodici volte fece scattare quel suo ‘Spegnino’, fino a che l’unica illuminazione rimasta in tutta la strada furono due capocchie di spillo in lontananza: gli occhi del gatto che lo fissavano. Se in quel momento qualcuno – perfino quell’occhio di lince del signor Dursley – avesse guardato fuori della finestra, non sarebbe riuscito a vedere niente di quel che accadeva in strada. Silente si fece scivolare di nuovo nella tasca del mantello il suo ‘Spegnino’ e si incamminò verso il numero 4 di Privet Drive, dove si mise a sedere sul muretto, accanto al gatto. Non lo guardò, ma dopo un attimo gli rivolse la parola.
«Che combinazione! Anche lei qui, professoressa McGranitt?»

Non è che un libro entri necessariamente a far parte della letteratura di un paese. Ci sono vari fattori che determinano questo riconoscimento: la critica, che dedica all’opera saggi, articoli, analisi interpretative; la politica delle case editrici, che scelgono, tra le centinaia di manoscritti che arrivano alle loro redazioni, quelli da pubblicare in una determinata collana; il Ministero, che sceglie quali autori inserire nei programmi scolastici; la fortuna editoriale, ossia il successo di pubblico che un libro ottiene dopo la pubblicazione. Ma, forse, la componente più importante è quella dei lettori. Ogni testo scritto, infatti, è fatto per essere letto. Senza un lettore, un libro non avrebbe alcuno scopo, sarebbe un oggetto privo di valore. Quando scrive, un autore deve aver ben presente il profilo sociale, culturale, economico anche, dei lettori che vuole raggiungere, i loro desideri, le loro aspettative; questa figura fittizia viene chiamata lettore ideale. Le opere che hanno successo sono quelle in cui l’autore riesce ad appagare totalmente le esigenze di lettura dei propri lettori.

Molte sono le funzioni che la letteratura assolve:

1- Evasione dalla realtà: spesso, le opere letterarie permettono al lettore di vivere esperienze lontane da quelle della vita di tutti i giorni: avventure in terre lontane, in foreste, mari esotici, tra maghi, draghi… Questi libri fanno sì che il lettore possa evadere dalla realtà moderna, svagandosi e provando emozioni nuove, insolite. Pensiamo ad esempio ai primi romanzi del Seicento e del Settecento, come L’isola del tesoro di Stevenson, o il Robinso Crusoe di Defoe.

2- Intrattenere e divertire: ammettiamolo, se un libro fosse pesante, o noioso, nessuno lo leggerebbe. Questa componente deve essere sempre presente, anche nelle opere letterarie più complesse.

3- Sguardo critico sulla realtà: la letteratura cerca di fornire al lettore degli strumenti per indagare e comprendere la realtà, in tutta la sua molteplicità e complessità. Il lettore, quindi, trova nei libri delle vie per interpretare la propria epoca, nel tentativo di rispondere alle domande esistenziali che non trovano risposta attraverso la scienza e la matematica. Pensiamo alla Commedia: in essa, Dante racchiude tutta la conoscenza del Trecento; l’intero sapere dell’epoca è racchiuso qui.

4- Documento storico: molte opere letterarie hanno un’importante funzione documentaria. esse sono una preziosa testimonianza che ci permette di conoscere la realtà storica, sociale, economica e culturale di una determinata epoca. Pensiamo l Diario di Anna Frank o a Se questo è un uomo di Primo Levi.

5- Creazione di personaggi immortali: ci sono personaggi letterari che, grazie al loro carisma, alla loro personalità e alla loro grandezza, sono destinati a rimanere impressi nella memoria di generazioni e generazioni di lettori. Pensiamo al Don Chisciotte di Cervantes, o al Capitano Achab di Melville, o anche semplicemente allo Sherlock Holmes di sir Arthur Conan Doyle.

Ha ancora senso , oggi, studiare la letteratura?

La risposta è sì. Certo, ormai sembra prevalere uno stile di vita cinico, dedito solamente al raggiungimento della fama, della popolarità e della ricchezza. Molti diranno che è da ingenui, da idealisti parlare ancora di letteratura. Ma non è così: come ripete spesso Calvino in quello splendido libro che sono le Lezioni americane, solo la letteratura, con il suo linguaggio specifico e i suoi tratti caratteristici e inimitabili, è in grado di assolvere a tutte le funzioni che abbiamo elencato in precedenza. Anzi: credo che ci siano ancora bisogni che solo essa è in grado di soddisfare, risposte che solo lei è in grado di dare.

Siamo nel 1985: quindici anni appena ci separano dall’inizio d’un nuovo millennio. Per ora non mi pare che l’approssimarsi di questa data risvegli alcuna emozione particolare. Comunque non sono qui per parlare di futurologia, ma di letteratura. Il millennio che sta per chiudersi ha visto nascere ed espandersi le lingue moderne dell’Occidente e le letterature che di queste lingue hanno esplorato le possibilità espressive e cognitive e immaginative. E’ stato anche il millennio del libro, in quanto ha visto l’oggetto-libro prendere la forma che ci è familiare. Forse il segno che il millennio sta per chiudersi è la frequenza con cui ci si interroga sulla sorte della letteratura e del libro nell’era tecnologica cosiddetta postindustriale. Non mi sento d’avventurarmi in questo tipo di previsioni. La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici. Vorrei dunque dedicare queste mie conferenze ad alcuni valori o qualità o specificità della letteratura che mi stanno particolarmente a cuore, cercando di situarle nella prospettiva del nuovo millennio.

Per questo motivo, cari ragazzi, leggete. Abituatevi a mettervi comodi, in casa, in treno, dove volete voi, ad aprire un libro e abbandonarvi al magico mondo della carta stampata. Scegliete i libri che più vi piacciono, quelli che i vostri insegnanti di Lettere vi consigliano. Perché non è vero che la letteratura è morta: finché l’uomo continuerà ad interrogarsi sulla realtà, a sognare un mondo diverso, ad inseguire emozioni che solitamente non prova quotidianamente, la letteratura continuerà ad avere un ruolo fondamentale nella vita di ciascuno di noi. E con le parole di Puck, tratte dal Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, vorrei chiudere questa lezione:

Se noi ombre vi abbiamo annoiato,

fate conto che vi abbia visitato
solo un sogno, perché nel frattempo
voi stavate, voi tutti, sognando.
Se sarete benigni censori
di questa trama debole e inutile
da cui non nasce che un sogno futile
diventeremo forse migliori.
E se scampiamo fortunosamente
alla tremenda lingua del serpente,
dato che sono un Puck davvero onesto,
io giuro che faremo ammenda presto,
altrimenti chiamatemi bugiardo.
Beh, buonanotte! E abbiatevi riguardo.
Se siamo amici, dovete applaudire,
parola mia, non vi farò pentire.

 

 

IL NOME DELLA ROSA

Qualche settimana fa, è scomparso Umberto Eco, uno dei grandi protagonisti del panorama letterario italiano degli ultimi cinquant’anni. Credo che il suo valore e la sua importanza saranno riconosciute pienamente solo tra qualche anno, soprattutto per la sua adesione al Gruppo ’63 (l’ultimo vero movimento avanguardista della nostra letteratura) e per i molti saggi, articoli e studi in ambito estetico, linguistico, semiologico e dedicati alle principali teorie sulla narrativa e al romanzo moderno (su tutti, Lector in fabula del 1979, in cui si teorizzava l’importanza della figura del lettore all’interno del processo di creazione di un’opera letteraria). Eco è stato anche un eccellente narratore: tutti conoscono Il nome della rosa, il suo romanzo più famoso, che, in pochi anni, è diventato un vero e proprio best-seller, tradotto in oltre 20 lingue.

La prima volta che ho letto questo libro è stata alle superiori: non avevo capito granché, soprattutto nelle prime cento pagine, quelle più ostiche, come ammette lo stesso autore ne La postilla a «Il nome della rosa» dell’83. Riprendendolo di recente, invece, sono riuscito a cogliere la fitta rete di riferimenti e di richiami su cui lo scrittore piemontese costruisce l’intero impianto narrativo. Molti critici considerano questo romanzo l’opera postmoderna più importante della letteratura italiana, con Se una notte di inverno un viaggiatore di Calvino. Eco riprende, in maniera ironica, gli elementi tipici del romanzo storico ottocentesco, collocando la vicenda negli anni Venti del Trecento: un’epoca dominata dalla lotta per le investiture tra Papato e Impero (come si scorge dall’incontro tra la legazione papale e quelle imperiale nell’abazia, sotto lo sguardo vigile di Guglielmo), dal timore per le eresie, dalle questioni teologiche legate alla povertà della Chiesa, dal riconoscimento dell’ordine dei francescani e alla ormai prossima venuta dell’Apocalisse. L’abazia, con i suoi misteri, le sue faide, le sue lotte per il potere e i suoi segreti delittuosi, si eleva, quindi, a rappresentante dell’intero ordine universale, dominato dal caos e dalla violenza. :

“E ora?” domandai a Guglielmo. “E ora torniamo ai nostri delitti”. “Maestro,” dissi, “oggi sono successe cose molto gravi per la cristianità ed è fallita la vostra missione. Eppure sembrate più interessato alla soluzione di questo mistero che non allo scontro tra papa e imperatore.” “I folli e i bambini dicono sempre la verità, Adso. Sarà che come consigliere imperiale il mio amico Marsilio è più bravo di me, ma come inquisitore sono più bravo io. Persino più bravo di Bernardo Gui, Dio mi perdoni. Perché a Bernardo non interessa scoprire i colpevoli, bensì bruciare gli imputati. E io invece trovo il diletto più gaudioso nel dipanare una bella e intricata matassa. E sarà ancora perché in un momento in cui, come filosofo, dubito che il mondo abbia un ordine, mi consola scoprire, se non un ordine, almeno una seria di connessioni in piccole porzioni degli affari del mondo. Infine c’è probabilmente un’altra ragione: ed è che in questa storia forse sono in gioco cose più grandi e importanti che non la battaglia tra Giovanni e Ludovico…” “Ma è una storia di rubamenti e vendette tra monaci di poca virtù!” esclamai dubbioso. “Intorno a un libro proibito, Adso, intorno a un libro proibito,” rispose Guglielmo.

Ma, accanto al romanzo storico, Eco riprende un altro genere letterario di grande successo: quello del giallo. L’intera vicenda ruota, infatti, intorno alle indagini di Guglielmo di Baskerville, una sorta di Sherlock Holmes medievale, e del giovane Adso, il narratore. Attraverso il metodo deduttivo e il grande ingegno, Guglielmo cerca di raggiungere la verità, confidando ottimisticamente nella forza e nelle capacità della ragione, in grado di dare senso e forma ai misteri della realtà. Tuttavia, con grande ironia, Eco scardina questa pretesa: l’impianto tipico del libro giallo, con la risoluzione finale del caso, fallisce. Guglielmo arriva sì al Finis Africae, scopre il colpevole e la misteriosa arma del delitto: eppure, tutte le sue teorie e le sue delucidazioni si rivelano errate. È stato solo di un caso fortuito, quello che gli ha permesso di arrivare alla soluzione, nonostante le premesse sbagliate. Non vi è un piano diabolico dietro ai crimini, nonostante questi sembrassero legati da un disegno apocalittico (riprendendo la profezia contenuta nell’ultimo libro di San Giovanni). È la sconfitta del logos, della razionalità, della fiducia illimitata nelle facoltà intellettive umane: a prevalere è il caso, l’imponderabile:

“Non ho mai dubitato della verità dei segni, Adso, sono la sola cosa di cui l’uomo dispone per orientarsi nel mondo. Ciò che io non ho capito è stata la relazione tra i segni. Sono arrivato a Jorge attraverso uno schema apocalittico che sembrava reggere tutti i delitti, eppure era casuale. Sono arrivato a Jorge cercando un autore di tutti i crimini e abbiamo scoperto che ogni crimine aveva in fondo un autore diverso, oppure nessuno. Sono arrivato a Jorge inseguendo il disegno di una mente perversa e raziocinante, e non v’era alcun disegno, ovvero Jorge stesso era stato sopraffatto dal proprio disegno iniziale e dopo era iniziata una catena di cause, e di concause, e di cause in contraddizione tra loro, che avevano proceduto per conto proprio, creando relazioni che non dipendevano da alcun disegno.  Dove sta tutta la mia saggezza? Mi sono comportato da ostinato, inseguendo una parvenza di ordine, quando dovevo sapere che non vi è ordine nell’universo.”

Simbolo di questo caos è il labirinto della biblioteca, apparentemente inaccessibile. Per gran parte del Medioevo (ma in Italia anche nell’età moderna, a causa della Controriforma), la cultura era nelle mani degli ordini ecclesiastici, che copiavano centinaia di manoscritti nei conventi benedettini. L’intero sapere del mondo allora conosciuto era custodito in quella biblioteca; tuttavia, per evitare il dilagare di teorie eretiche o di critica alla Chiesa, essa diventa un prigione preclusa a chiunque, se non al bibliotecario. Tuttavia, seguendo i più innovativi studi sulla teoria della letteratura degli anni Settanta, Eco costruisce una fitta rete di richiami intertestuali: il lettore si perde all’interno dell’infinità selva di riferimenti a opere devozionali, filosofiche, scientifiche, perfino letterarie (viene citato più volte Dante e la Commedia, ad esempio). Basta prendere l’incipit del romanzo, in cui l’autore (riprendendo un topos letterario molto noto, di cui si servì anche Manzoni ne I promessi sposi) afferma di essere venuto a conoscenza della storia di Guglielmo dal manoscritto realizzato in tarda età da Adso, ripreso poi dall’abate Vallet e copiato in castigliano da Milo Temesvar:

In conclusione, sono pieno di dubbi. Proprio non so perché mi sia deciso a prendere il coraggio a due mani e a presentare come se fosse autentico il manoscritto di Adso da Melk. Diciamo: un gesto di innamoramento. O, se si vuole, un modo per liberarmi da numerose e antiche ossessioni. Trascrivo senza preoccupazioni di attualità. Negli anni in cui scoprivo il testo dell’abate Vallet circolava la persuasione che si dovesse scrivere solo impegnandosi nel presente, e per cambiare il mondo. A dieci e più anni di distanza è ora consolazione dell’uomo di lettere (restituito alla sua altissima dignità) che si possa scrivere per puro amore di scrittura. E così ora mi sento libero di raccontare, per semplice gusto fabulatorio, la storia di Adso da Melk, e provo conforto e consolazione nel trovarla così incommensurabilmente lontana nel tempo (ora che la veglia della ragione ha fugato tutti i mostri che il sonno aveva generato), così gloriosamente priva di rapporto coi tempi nostri, intemporalmente estranea alle nostre speranze e alle nostre sicurezze. Perché essa è una storia di libri, non di miserie quotidiane, e la sua lettura può inclinarci a recitare, col grande imitatore Kempis: “In omnibus requiem quaesivi, et nusquam inveni nisi in angulo cum libro”.

L’intera vicenda, in fondo, si basa sulla ricerca di un libro maledetto, la Poetica di Aristotele (libro ritenuto perduto dalla cristianità). La serie degli omicidi nasce proprio da questo: Jorge, per impedire che il prezioso e pericoloso manoscritto circolasse liberamente, ha impregnato le pagine di un veleno potente; gli ignari lettori, bagnandosi la punta delle dita con la lingua prima di girare pagina, assimilavano la sostanza mortifera, che li uccideva in pochi minuti. Jorge temeva l’opera per due motivi: da un lato, per l’autorità di Aristotele, chiamato con disprezzo “il Filosofo”, ritenuto il più grande pensatore dell’Antichità, le cui teorie avevano finito per compenetrare nell’ortodossia cristiana, modificando alcuni elementi della dottrina della Chiesa; dall’alto, per il pericolo sociale dell’opera. Il vecchio monaco credeva che, nelle mani di persone dotte e radicali, come Guglielmo, essa sarebbe stato uno strumento utile per ribaltare l’ordine sociale della realtà. Il riso, infatti, ha, secondo Eco, una funzione correttiva e rivoluzionaria: attraverso di esso, l’uomo si emancipa dall’autorità e dal dogmatismo della fede. Ciò avrebbe portato alla fine del dominio della Chiesa sul popolo minuto, che non avrebbe più avuto paura dei castighi divini, rovesciando i ruoli e le gerarchie ufficiali:

Il riso libera il villano dalla paura del diavolo, perché nella festa degli stolti anche il diavolo appare povero e stolto, dunque controllabile. Ma questo libro potrebbe insegnare che liberarsi dalla paura del diavolo è sapienza. Quando ride, mentre il vino gli gorgoglia in gola, il villano si sente padrone, perché ha capovolto i rapporti di signoria: ma questo libro potrebbe insegnare ai dotti gli artifici arguti, e da quel momento illustri, con cui legittimare il capovolgimento. Allora si trasformerebbe in operazione dell’intelletto quello che nel gesto irriflesso del villano è ancora e fortunatamente operazione del ventre. Che il riso sia proprio dell’uomo è segno del nostro limite di peccatori. Ma da questo libro quante menti corrotte come la tua trarrebbero l’estremo sillogismo, per cui il riso è il fine dell’uomo! Il riso distoglie, per alcuni istanti, il villano dalla paura. Ma la legge si impone attraverso la paura, il cui nome vero è il timor di Dio. (…) E cosa saremmo, noi creature peccatrici, senza la paura, forse il più provvido, e affettuoso dei doni divini?

Questa è la spiegazione che, negli ultimi capitoli, Jorge rivela a Guglielmo. I due personaggi incarnano due antitetici atteggiamenti: Guglielmo cerca di riproporre gli insegnamenti di Bacone e di Guglielmo d’Ockham, secondo i quali la ragione è l’unico strumento dato all’uomo per fare luce sui misteri della realtà. A volte presuntuoso e vanitoso, il protagonista simboleggia anche la tolleranza e la comprensione che permettono la convivenza tra gli uomini, attraverso un nuovo sistema politico (la democrazia). Al contrario, Jorge, secondo il francescano inglese, incarna l’Anticristo, il Diavolo in persona: animato da un eccesso di zelo, il monaco tradisce tutti i precetti della Cristianità, diventando un assassino e un suicida. Per Eco, ogni fanatismo diventa pericoloso: l’estremismo porta solo alla distruzione e alla morte, entrambe rappresentate, simbolicamente, dall’incendio finale della biblioteca, che cancella ogni traccia del sapere. Il piano diabolico di Jorge, quindi, è compiuto: l’umanità perde per sempre l’unica copia rimasta della Poetica, divorata dalle fiamme:

“Era la più grande biblioteca della cristianità” disse Guglielmo. “Ora,” aggiunse, “l’Anticristo è veramente vicino perché nessuna sapienza gli farà più da barriera. D’altra parte ne abbiamo visto il volto questa notte.” “Il volto di chi?” domandai stordito. “Jorge, dico. In quel viso devastato dall’odio per la filosofia, ho visto per la prima volta il ritratto dell’Anticristo, che non viene dalla tribù di Giuda come vogliono i suoi annunciatori, né da un paese lontano. L’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro. Jorge ha compiuto un’opera diabolica perché amava in modo così lubrico la sua verità da osare tutto pur di distruggere la menzogna. Jorge temeva il secondo libro di Aristotele perché esso insegnava davvero a deformare il volto di ogni verità, affinché non diventiamo schiavi dei nostri fantasmi. Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità”.

Tutti questi elementi rendono Il nome della rosa un ottimo romanzo, forse l’ultimo libro italiano di portata europea e mondiale, dato anche il grandissimo successo di pubblico e di critica. Eco ha costruito una macchina narrativa poderosa, rivolta sia a lettori di genere (che si appassionano alla ricerca della soluzione del caso, come in ogni buon romanzo poliziesco), sia a lettori forti, cui rivolge la sfida di risolvere e di trovare tutti gli infiniti riferimenti letterari, storici e artistici disseminati nel testo. È proprio questo l’elemento che ha portato alla fortuna smisurata del romanzo: il fatto che, come tutti i grandi capolavori del passato, esso offra molte chiavi di lettura, a seconda del tipo di lettore che vi si accosta.

 

LA PIETRA LUNARE

Come ho scritto più volte, l’obiettivo che mi sono posto quando ho deciso di aprire questo blog è stato quello di illustrare e analizzare le opere dei maggiori scrittori italiani del Novecento. Il motivo è semplice: spesso, nelle nostre scuole medie e alle superiori, questi autori non vengono affrontati in classe in maniera esaustiva; rimangono quindi sconosciuti alla maggior parte degli studenti. A volte, però, mi capita di imbattermi in scrittori che anche all’università vengono appena accennati negli esami di Letteratura Italiana Contemporanea; uno di questi è Tommaso Landolfi. Si tratta di un autore che ho ripreso e approfondito solo di recente, perché ho scoperto che era molto amato da Calvino, tanto che lo scrittore di Sanremo ne curò un’edizione che ne raccoglieva i racconti migliori (Le più belle pagine di Tommaso Landolfi, Rizzoli, 1982).

Nonostante la sua opera più famosa sia Dialogo dei massimi sistemi, ho scelto di analizzare un altro suo libro, attirato dal titolo evocativo e misterioso: La pietra lunare. In esso, vengono riprese e approfondite alcune delle tematiche che caratterizzano l’intera produzione landolfiana. Uno dei tratti più evidenti dello stile di Landolfi è la sua capacità di inserire, all’interno di una cornice realista, elementi irreali e fortemente fantastici. Il lettore si trova disorientato di fronte a questa contrapposizione, che, tuttavia, non genera una stonatura. Questi eventi irreali si incastrano perfettamente nell’ambientazione realista creata da Landolfi, come se ne costituissero una parte necessaria e naturale. Questo avviene soprattutto nella descrizione della capra mannara, Gurù, presentata come una bellissima donna misteriosa, che, al posto dei piedi, possiede degli zoccoli biforcuti:

Per prima cosa si pose ad osservarla. Ella s’era seduta sull’orlo della seggiola senza abbandonare all’indietro il corpo snello ed elegante, che anzi restava nervosamente rattratto, quasi preparandosi a uno slancio; una veste bianca e leggera la ricopriva, di foggia alquanto inusitata, corta di maniche e di scollo largo, ornata di ricami multicolori sul seno e piena di elastici sottotraccia, simile in qualche modo a quegli indumenti d’importazione ungherese che anche da noi adottarono, or non è molto, alcune professoresse di scuole medie per la loro villeggiatura. Il giovane seguì con viva soddisfazione la linea delle cosce affusolate, cui la stoffa aderiva strettamente, lasciò scivolare lo sguardo sul tornito ginocchio, e s’aspettava ora di scoprire una caviglia esile, un piccolo piede. Invece…(…) In luogo della caviglia sottile e al leggiadro piede, dalla gonna si vedevano sbucare due piedi forcuti di capra, di linea elegante, a vero dire, eppure stecchiti e ritirati sotto la seggiola. E il curioso era che queste zampe, a guardarci bene, parevano la logica continuazione di quelle cosce affusolate; né alcuni lunghi ciuffi di pelame ruvido bastavano a stabilire un’ideale soluzione tra l’agile corpo e le sue mostruose appendici.

Nella Pietra, Landolfi vuole mostrare un mondo onirico e fantastico, fatto di creature mostruose e eccezionali: donne dalle zampe caprine, licantropi, uomini dotati di attributi bestiali, come corna o pelliccia, fantasmi di briganti scomparsi da decenni… Un campionario di mostri piuttosto ampio; essi sembrano essere frutto degli incubi e dell’inconscio dei borghesi dormienti nelle loro case all’interno del piccolo paese, ai piedi del bosco dove queste creature si riuniscono. Si tratta del popolo dei lunari, delle creature che compaiono solo di notte, per celebrare il loro sabba, cerimonia che richiama gli archètipi del vino, del sangue e del sesso. A condurre Giovancarlo, il giovane studente di Lettere protagonista del racconto, in questa realtà baccanale è ancora una volta Gurù, che, con la luna piena, perde le sue fattezze umane per diventare una creatura ibrida, metà donna e metà capra. Il mistero della metamorfosi viene descritto in maniera superba da Landolfi, attraverso una prosa fortemente lirica, in cui sono evidenti i riferimenti a D’Annunzio:

Le gambe affusolate della fanciulla (Giovancarlo se ne accorse all’improvviso con un tuffo), le sue natiche vellutate s’andavano coprendo d’una peluria bruna, mentre le cosce ferine s’argentavano e il pelo se ne diradava insensibilmente. Scoppiarono due fulmini rincorrendosi e doppiando di vigore, sopravvenne un attimo di sospensione; lentò la pioggia, si diffuse il madore soffocante di quando il cielo è ancora gravido, un largo squarcio si fece tra i nembi donde il beffardo volto della luna, molto in alto, poté affacciarsi più a lungo. I lagni gli ansiti delle due forme aggrovigliate raggiunsero un parossismo di violenza; il vapore lunare parve spumeggiare attorno a loro, da loro. La luna si nascose, contro la sua faccia s’accumularono nuvole e nuvole di pece, vi fu un istante d’oscurità completa. Giovancarlo non distinse più nulla. E Gurù sorse dal groviglio colle sue gambe di capra; a pié della roccia una forma mostruosa restò distesa sul fianco, pesante e immobile, con lunghe gambe di donna e torso bestiale.

Accanto a questo regno di creature fantastiche e mostruose, la grande protagonista del racconto di Landolfi, come richiamato anche dal titolo, è la luna. L’intera vicenda è scandita dal corso naturale del satellite terrestre, e copre l’arco temporale di un mese, a cavallo tra i due pleniluni. L’intera narrazione sembra riflettere il tenue barlume della luce lunare, attraverso uno stile delicato e leggero, soprattutto nei passi dedicati alla descrizione del pallido volto della luna. Non è un caso che, nella Appendice, Landolfi ponga un giudizio sull’opera che attribuisce a Leopardi, ossia l’autore che, nella nostra letteratura, più di ogni altro ha posto proprio la luna al centro della poesia. Solo al chiarore lunare prende vita quel mondo fantastico fatto di ombre e mostri, di cui Gurù è, allo stesso tempo, testimone ed esponente. Sotto i raggi lunari, il mistero di questa realtà fantomatica si manifesta all’uomo dotato di sensibilità e di immaginazione poetica. Agli altri, ai non eletti, chiusi nei loro sonni pesanti, esso è completamente precluso:

Avevano ormai oltrepassate le ultime case e sboccarono sui campi aperti. Qui finalmente la luna si scoprì in tutto il suo splendore; era, quella sera, una luna remota, molto alta nel cielo col suo piccolo corteggio di chiare stelle. Giovancarlo notò che era piena o quasi. Nella vasta marea della sua luce di strada maestra, innanzi a loro, si svolgeva come una più intensa vena. «Mi pare impossibile che quando c’è la luna noi si dorma nelle nostre case» disse la fanciulla con un leggero ansito, parlando questa volta lentamente. «Quando c’è la luna fuori dalla finestra chiusa succedono cose strane, e meravigliose» aggiunse come riflettendo; «cioè insomma ci sono cose che corrono navigano girano per conto loro mentre noi dormiamo. Non è strano questo? Non è strano anche che si possa dormire mentre la luna attraverso il cielo?»

Ma esiste una creatura terrestre che, secondo Landolfi, possiede quegli attributi di bellezza e di mistero che caratterizzano la luna: essa è la donna. La storia d’amore tra Gurù e Giovancarlo è l’asse centrale dell’intera narrazione. Il protagonista prova un sentimento ambivalente nei confronti della ragazza: è attratto dalla sua bellezza, ma allo stesso tempo è inorridito dalle sue gambe caprine; è spaventato, ma anche affascinato, dalla natura misteriosa e diafana dell’amata. Per lui, Gurù è una compagna, un’amante, perfino una madre, come nell’episodio della battaglia tra i fantasmi dei briganti, quando Giovancarlo si abbandona dormiente con la testa sul grembo della fanciulla-capra, quasi come se fosse tornato bambino. Ma la componente erotica è dominante nella narrazione e nello stile di Landolfi. In molte descrizioni, l’autore si sofferma spesso sulle gambe, sul seno, sulle labbra, ossia su quegli elementi del corpo femminile che solleticano maggiormente la sensualità del protagonista e, di rimando, quella del lettore:

A tutti è certo avvenuto di condurre una donna lungamente desiderata in una locanda di campagna, mettiamo sui laghi. La stanzetta dove è apprestata la colazione odora di spigonardo ed è piena di luce; servito in tavola, l’oste si ritira discretamente e l’audace amante resta solo con la sua donna. Questa allora, visto che non c’è più nulla da fare né contro lui né contro se stessa e che è caduta nel tranello, d’altronde preveduto e tollerato, con un sorriso amaro e un gesto brusco imprende da se medesima a spogliarsi. Non altrimenti “se così dev’essere così sia” parve dire Gurù mentre si sfilava la veste dal capo e poi gli altri indumenti dalle gambe, donde uscì, pestandoli alquanto, come Venere dalla spuma. Paragone involontario per il giovane, data la tragica contingenza, e dunque tanto più calzante: della dea la fanciulla aveva la stessa slanciata lo stesso seno sparto e così via. Ora sì che a Giovancarlo prese a girare il capo! Quei nuovi elementi, desiderio ammirazione, non sembravano punto contrastare allo sgomento e tutti insieme logicamente si fondevano a dargli una sorta di vertigine.

Questa carica sensuale ed erotica è presente anche nella scena finale del libro, quella cioè dell’incontro tra Giovancarlo e la Madre. In esso, Landolfi si abbandona alla descrizione dell’unione panica tra uomo e natura, attraverso uno stile frenetico e convulso, che sembra mimare il motivo dell’orgasmo. Alta, maestosa e immobile (un po’ come la luna), la Madre fissa ogni creatura, scrutando nelle profondità della sua anima, e lasciandola poi priva di coscienza. Solo così il rito di iniziazione del ragazzo ha finalmente successo: il giovane riesce a non soccombere solo grazie alle nuvole, che coprono per un istante la luna, indebolendo il potere della dea. Grazie alla guida di Gurù, Giovancarlo è finalmente entrato in comunione con il mondo lunare, di cui ormai è parte integrante. È bastato un solo sguardo della Madre per vedere svelato ogni suo segreto e per sancire la sua adesione ad esso:

Egli sentì diffondersi per tutte le membra un etereo pallore, una pena senza nome un’infinita pietà un dolore sconosciuto lo invasero; le lagrime fra le sue ciglia si gonfiavano senza screpare come gemme di primavera. Un irresistibile gelo lo penetrava torcendolo rovesciandolo dentro colla sua mano di ferro. Lo sguardo possedeva in grado massimo la mirifica qualità di cui le nenie di Gurù serbavano solo un pallido riflesso: il suo spesso effluvio trapassava insensibilmente con un’illusoria lentezza, in realtà come una disfusione precipitosa. (…) E ai raggi degli occhi, quasi ronzando di luce diafana e madida, lo trapassavano sempre più a chiaro, sibilando quasi al penetrare in ogni sua carne; né a questo egli poteva opporsi, a nulla poteva opporsi, o tentar di deviare, rallentar quei dardi acuminati e persistenti che con continuo formicolio gli pungevano acutamente specie le viscere e le reni per poi dileguare dall’altra parte. Al giovane, ecco, parve di diventare trasparente (…); oh certo fu virtù dei vapori se egli poté durare a ciò senza afflosciarsi come altre o vanire! E tutto questo non era stato che un attimo.

Giovancarlo, dopo l’esperienza panica, si addormenta; al risveglio, quel mondo magico è sparito, così come Gurù. Si è trattato dunque solo di un sogno? Il finale sembra escluderlo: accomiatandosi dall’amata, Giovancarlo le promette di ritornare presto, questa volta per vivere per sempre con lei. Ma, prima di chiudere il romanzo, ecco che Landolfi si abbandona ad un ultimo omaggio nei confronti del satellite terrestre: allontanandosi con il treno, il ragazzo guarda in cielo, verso la luna, che, avvolta nella sua pallida luce, prosegue il suo consueto cammino. L’ultimo saluto che questo autore concede alla grande protagonista del suo breve romanzo.

 

LECTOR IN FABULA: OVVERO, LA MIA STORIA COME LETTORE

Leggendo tra i vari blog, mi sono imbattuto in questo bellissimo articolo di Athenae Noctua (sito che consiglio caldamente, per la grande intelligenza delle recensioni, scritte in maniera superba), dal titolo L’avventura di diventare lettori (http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2016/03/lavventura-di-diventar-lettori.html). Il pezzo mi ha fatto venire l’idea di condividere anch’io il mio percorso di lettore, dall’infanzia fino ad oggi, un po’ per gioco, un po’ come risposta. Vediamo, dunque…

La mia prima passione sono stati i fumetti. All’inizio leggevo Topolino, ma, intorno ai cinque anni, sono diventato un fan sfegatato dell’Uomo Ragno. Le vignette sull’Arrampicamuri hanno avuto un’importanza notevole nella mia formazione di lettore: ogni giovedì mi fiondavo in edicola per comprare i nuovi numeri del mio eroe preferito, leggendoli in pochi minuti. Ben presto, mi affacciai anche all’universo dei libri: spesso andavo in biblioteca con mia nonna, e qui conobbi i libri della collana per bambini de Il Battello a Vapore. Successivamente, mi appassionai ai racconti di Roald Dahl (grazie alla mia maestra delle elementari, che ci leggeva ad alta voce un libro ogni due mesi), pubblicati, in Italia, dalla Salani, sulla collana Istrici: Il GGG, La fabbrica di cioccolato, Le streghe, Matilde, Gli Sporcelli… Ogni tanto leggevo qualche classico per ragazzi della Mondadori: ricordo, in particolare, Il giro del mondo in ottanta giorni e Zanna Bianca… Ma è stato in quarta elementare che il mio amore per la lettura è esploso: iniziai a collezionare i Piccoli Brividi, la serie di libri soft-horror di R.L. Stine di moda sul finire degli anni Novanta. Passavo interi pomeriggi a leggerli, scambiandoli con i miei cugini non appena ne finivo uno. Il primo è stato Il lupo della palude: andai a comprarlo con mia mamma nella libreria in centro, proprio vicino alla chiesa del paese. Ricordo ancora i titoli dei miei preferiti: Terrore dagli abissi, Una giornata particolare, Foto dal futuro, Il barattolo mostruoso… Ecco, guardandomi indietro, direi che la mia passione per la lettura sia nata in questi anni, attraverso i fumetti dell’Uomo Ragno e i Piccoli Brividi. Nulla di eccezionale, per carità: la stagione dei classici è arrivata solo dopo. Ma, in fondo, è giusto così: l’amore per la lettura deve essere coltivata da piccoli con testi adatti all’età, senza imporre titoli troppo complicati; altrimenti, il rischio diventerebbe quello di allontanare i bambini dal mondo dei libri.

Questo trend continuò alle medie, anche se incominciai ad avventurarmi in letture più sostanziose, come Dracula di Bram Stoker, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Stevenson e il Frankenstein di Mary Shelley. Iniziai anche a leggere alcuni classici della letteratura italiana per l’infanzia, come Pinocchio e Cuore di De Amicis (anche se confesso che mi sono fermato solo a qualche racconto, come La piccola vedetta lombarda e Il piccolo scrivano fiorentino). Ricordo poi che, in vista degli esami, lessi sia il Diario di Anna Frank, sia Se questo è un uomo di Primo Levi: entrambi mi colpirono molto, ovviamente, dato l’argomento trattato. Diciamo che sono stati i primi romanzi adulti che io abbia letto.

Alle superiori le cose sono un po’ cambiate: è stato un periodo decisivo per me, perché è stato in questi anni, studiando letteratura, che ho deciso che, all’università, mi sarei iscritto a lettere; eppure, smisi quasi completamente di leggere per conto mio, durante il tempo libero. Mi limitavo a leggere solamente i libri che, ogni mese, la mia professoressa ci dava per compito da recensire. All’epoca sbuffavo, ma devo dire che, oggi, guardandomi indietro, i titoli che ci proponeva erano molto validi: L’isola di Arturo, La vita di Galileo, Il cacciatore di aquiloni, Il fu Mattia Pascal, La coscienza di Zeno… Ora che sono dall’altra parte, da quella degli insegnanti, riconosco quanto sia difficile trovare dei libri che siano istruttivi e che piacciano ai ragazzi. Io di solito cerco di dare un’alternativa tra tre libri diversi, in modo che ogni studente possa scegliere quello che preferisce, in base ai suoi interessi, alla sua abitudine alla lettura e alle sue inclinazioni. L’ultimo mese, ad esempio, ho dato Lo Hobbit (abbiamo finito da poco il genere fantasy), Casa di bambola (titolo più “femminile” diciamo, come esempio di commedia) e Il mastino dei Baskerville (per il genere giallo). Per aprile, ho pensato invece di dare tre libri di Calvino: Il barone rampante (che ho consigliato a quelli un po’ più bravi), Marcovaldo e Il visconte dimezzato. Chissà che qualcuno di loro, un giorno, non apprezzerà i miei sforzi…

È stata all’università che ho ripreso a leggere con impegno, in modo costante: da semplice passatempo, la lettura è diventata qualcosa di più. I miei studi mi hanno aiutato moltissimo: soprattutto per gli esami di letteratura, ho letto opere stupende come la Commedia, il Decameron (davvero strepitoso), Le confessioni di un italiano (altro libro molto sottovalutato, ma di assoluto valore), le Poesie di Foscolo e i Canti di Leopardi… In questo periodo, mi sono innamorato di Calvino, di cui ho letto tutte le opere narrative (ad eccezione delle Fiabe italiane, che ho deciso di mettere da parte finché non diventerò papà e le leggerò a mio figlio/a prima di dormire), e ho scoperto molti degli autori che ho affrontato e approfondito in questi mesi: Pavese, Vittorini, Fenoglio, Tabucchi, Baricco, la Ginzburg…  Ma ho iniziato a leggere anche per svago, diciamo: durante le vacanze del secondo anno ho letto tutto Il signore degli anelli, mentre, al terzo anno, ho divorato tutti e sette i libri di Harry Potter. Era molto buffo entrare in aula, magari per affrontare una lezione su Gadda o sulla storia dell’editoria moderna in Italia, e, nell’attesa, aprire Harry e immergermi nella lettura (anche perché la prima edizione Salani era facilmente riconoscibile anche a distanza, solo dalla copertina).

E arriviamo così agli ultimi due anni, quando ormai mi è presa una vera e propria febbre per la lettura. Merito anche del blog, che mi spinge a cercare sempre nuovi titoli da inserire o analizzare. Ci sarebbero tanti titoli che meriterebbero di essere ricordati: l’Orlando Furioso (che ho letto in India), Il gattopardo, Oceano mare, La storia, Il partigiano Jonnhy, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Aspettando Godot, Il caso dei cioccolatini avvelenati… Certo, ci sono state anche delle delusioni (su tutte, L’alchimista di Coelho, che proprio non ho digerito), ma il saldo è nettamente positivo.

È stato divertente guardarmi indietro e ripercorrere le origini della mia passione per la lettura. Forse è questo l’aspetto che vorrei trasmettere ai miei studenti: l’amore per l’universo del libro. Non importa cosa leggeranno: l’importante è che lo facciano, che abbiano voglia di abbandonarsi alla lettura per il gusto di emozionarsi, di commuoversi, magari anche di arrabbiarsi. Certo, da professore di lettere spero che qualcuno di loro diventi un amante dei classici, e che qualcuno dei miei insegnamenti magari gli resti dentro. Un po’ come è accaduto a me con i miei professori delle medie e delle superiori. A loro devo la mia passione. E l’elenco dei libri che vorrei leggere è ancora molto, molto lungo….

 

P.s. Ringrazio ancora Athenae Noctua per avermi dato l’idea di questo pezzo.